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19/07/2010

PRESENTAZIONE STAGIONE 2010/11

Stagione del
BICENTENARIO
ARENA DEL SOLE
(1810 - 2010)



Note di regia

L’irresistibilità della ricerca, la tragedia di Galileo
di Antonio Calenda

«Spero che l’opera riesca a mostrare come la società estorca ai propri individui quanto da essi le serve» scrive Bertolt Brecht nella premessa alla versione americana di Vita di Glielo. «L’impulso scientifico - prosegue - che è un fenomeno sociale, non meno voluttuoso e tirannico dell’impulso sessuale, porta Galileo su un terreno pericolosissimo e lo spinge in un doloroso conflitto col suo violento desiderio di altri piaceri. Egli punta il cannocchiale verso le stelle e si consegna ai suoi torturatori. Alla fine, coltiva la sua scienza come un vizio, in segreto, probabilmente in preda ai rimorsi. Di fronte a questa situazione, è impossibile caldeggiare la sua esaltazione totale o la sua totale condanna»
È ancora fra le parole del grande autore d’Augusta che ritengo vadano cercate le induzioni, i suggerimenti, la via per condurre alla scena oggi, un nuovo allestimento di Vita di Galileo, forse la sua opera più avvincente, presaga, ricca di ambiguità poetiche, quella che con maggior urgenza e incisività ci invita a riflettere sul nostro tempo, quella – infine – dove probabilmente con più evidenza egli ci si è rivelato, come dice Claudio Magris, «insieme un innovatore d’avanguardia e un classico pieno di sapienza (…) uno dei pochi in grado di conciliare la ragione, la comprensione sociale del mondo e la fantasia più libera e sfrenata che reinventa il mondo».

Fra i rari poeti moderni che abbiano saputo affrontare l’antinomia dissonante fra la realtà storica del Novecento, negativa, dolente, e un’arte, fino ad allora limpida, razionale, ma ormai incapace di esprimere – attraverso le sue armonie – il quadro violento e le cupe ombre di quel secolo, trovo che Bertolt Brecht con le sue presaghe intuizioni – a cinquant’anni dalla morte - rappresenti ancora una importante guida critica per le nostre menti e illumini di senso e di problematicità la nostra visione dell’uomo.
Il suo Galilei, in quest’ottica, è emblematico: una figura ritratta in tutta la sua palpitante pienezza, eroe negativo ma ricco di tratti positivi, colto nelle sua contraddittorietà, nei suoi chiaroscuri, nella sua tempra coraggiosa di scienziato che improvvisamente trascolora in umanissima vulnerabilità…

Non ci siamo dispensati – con Franco Branciaroli, che sulla scena ne assume il ruolo – dall’alludere, attraverso Galileo, ai temi difficili, urgenti e attualissimi, delle dinamiche fra scienza e potere, fra ricerca ed etica, dal porre in luce l’inconfutabile monito ai fisici del XX secolo che l’autore – nella seconda versione del dramma - gli affida, intuendo le possibili distruttive involuzioni della scienza, quelle che oggi si stanno sostanziando per noi in quotidiane, tangibili inquietudini.
Ma di Galileo abbiamo cercato di guardare anche il profilo di uomo, uomo di scienza, certamente, e come tale uomo solo: solo davanti alle proprie scoperte, alle proprie responsabilità e soprattutto alla bramosia inappagabile di verità, di novità che ne definisce le scelte e l’agire.
L’irresistibilità della ricerca, il “voluttuoso e tirannico impulso scientifico” a cui fa cenno lo stesso Brecht, sembrano determinare profondamente il nostro protagonista. Tanto che il dramma di Galileo ci sembra scaturire proprio da questa iperbolica e febbrile sete di sapere che, per il suo modo di agire, lo rende – nel suo melieu storico e sociale – una sorta di “anarchico”.
Pur di giungere a un risultato, Galileo infatti è pronto a porre in discussione asserzioni consolidate, a procedere per intuizioni, tentativi, sfide: un modo che avvicina – per certi aspetti – il ricercatore alla figura, “fuori dagli schemi” per eccellenza, dell’artista, e crea un lieve trait d’union fra il genio scientifico e quello dell’arte, e magari del teatro.

Un filosofo di raro acume, come Paul Feyerabend, sostiene che quella della violazione della “scienza razionalmente accettata”, delle “incursioni ai confini” per ampliarli è l’unica via al progresso: «La scienza – scrive nel suo Contro il Metodo – è un’impresa essenzialmente anarchica: l’anarchismo teorico è più aperto a incoraggiare il progresso che non le sue alternative fondate sulla legge e sull’ordine (…) Non c’è una singola norma, per quanto plausibile e radicata nell’epistemologia, che non sia stata violata in qualche circostanza».
In questo argomentare “contro il metodo”, scardinando o violando gli standard e le teorie scientifiche comunemente accreditate, è l’essenza dell’azione di Galileo: egli nega la teoria tolemaica del geocentrismo, cambiando il tipo di osservazione e puntando al cielo il cannocchiale. Il coraggio di non aver tenuto conto dei modelli consolidati e aristotelici gli vale la prima dimostrazione scientifica del Sistema Copernicano: ma il prezzo da pagare è la reazione durissima dell’Inquisizione.

L’immagine dello scienziato sullo sfondo del cosmo, attorniato e confortato esclusivamente dai suoi strumenti di lavoro, rimasto solo davanti all’immensità della sua scoperta, alla rovente tensione che la sua innovazione ha creato, davanti alla coscienza di dover consegnare al mondo la nuova concezione copernicana, mi ha accompagnato e guidato in queste settimane di prove.
Il senso di questa malinconica solitudine, cui fanno da contrappunto la febbrile, ansiosa determinazione nella ricerca, il desiderio inesauribile di “sapere di più”, di continuare a cercare, al prezzo addirittura di tradire sé stessi e la scienza, sono due linee rilevanti che hanno percorso l’intera genesi dell’allestimento e che ci hanno tenuto costantemente in relazione anche con il nostro tempo, e con gli incubi che ormai tutti condividiamo: l’uso distorto della genetica, la pervicacia nell’assoggettare lo studio del nucleare a politiche di minaccia, la ricerca spinta, per mercificazione, oltre i confini dell’etica… Probabilmente anche essi sono un odierno frutto dell’“irresistibilità della ricerca”, un’esaltazione della mente che la saggezza di Brecht riporta alla corretta prospettiva «Qual è lo scopo del vostro lavoro? La scienza? – fa dire infatti a Galileo nell’ultimo quadro del dramma – No. Io credo che l’unico scopo possibile per la scienza sia quello di alleviare la fatica dell’esistenza umana. Se gli uomini di scienza non reagiscono all’intimidazione dei potenti, se si limitano ad accumulare sapere su sapere, la scienza stessa può essere colpita al cuore un giorno o l’altro per sempre. Ogni nuova macchina non sarà altro che fonte di nuovi triboli per l’uomo. E quando, nel tempo dei tempi, tutto ciò che c’è da scoprire sarà stato scoperto, il vostro progresso non sarà stato altro che un progressivo allontanamento dall’umanità. Tra voi e l’umanità si sarà scavato un abisso così profondo che ad ogni vostro eureka risponderà soltanto un grido d’orrore universale».

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