Intervista a Paolo Fresu
a cura di Giacomo Giuggioli
-Ci racconta com’è nato questo progetto con l’Arena del Sole?
Ho sperimentato per la prima volta la formula carte blanche a Parigi Mi piace l’idea di invadere gli spazi e non capita tutti i giorni di potersi “trasferire” per due giorni in un teatro,come l’Arena del Sole. È come se mi avessero detto: «vieni due giorni a casa nostra e fa’ quello che vuoi». Abito a Bologna e mi piace l’idea di coinvolgere le persone che ci vivono in modo più completo che con un singolo concerto.
Ho voluto creare una due giorni in cui succedano delle “cose” a ore diverse e coinvolgere pubblici differenti. A Bologna ho suonato tante volte nei locali, nei jazz club che hanno anch’essi un’atmosfera fantastica ma spesso sono troppo piccoli. Qui invece la mia musica avrà un’altra dimensione e un diverso rapporto con il pubblico.
Sono venuto un anno fa a vedere uno spettacolo in Sala InterAction e ho avuto subito la percezione delle potenzialità degli spazi dell’Arena. E quando mi hanno proposto di elaborare un progetto ho accettato volentieri. E mi hanno dato “Carta Bianca”.
-Qual è il filo conduttore della due giorni di spettacoli “multimediali” all’Arena del Sole?
Il Festival verrà inaugurato da una mia conversazione-dialogo con l’editorialista e scrittore Edmondo Berselli. L’idea musicale sta poi nella progressione 1,2,3,4,5: dal solo al quintetto, passando per i film, la danza e il teatro. C’è il mio Devil Quartet e il mio Quintetto con il quale collaboro da 23 anni e di cui, in questa occasione, presento anche il nuovo cd: Giallo,rosso,verde e blu. Ma ci sono anche formazioni più strane come quella con Dhafer Youssef e Nguyên Lê, con i quali faccio uso di campionature ed effetti elettronici. Suono anche con il quartetto Alborada assieme al quale, in genere, compongo musiche da film. Duetto con il pianista Daniele Di Bonaventura, una prima assoluta. Poi c’è il film “Zulu meets Jazz” in cui ci sono anch’io, girato da Ferdinando Vicentini Orgnani in SudAfrica, sulla tradizione jazz sudafricana e “Sette Ottavi”, di Stefano Landini sul jazz durante il periodo fascista. E un piccolo “duetto” con Stefano Benni.
- Questo festival rispecchia in qualche modo il percorso di allargamento dei confini musicali che lei ha compiuto durante la sua carriera
Sono iperattivo e credo che ciò si veda anche nella mia musica. Così nei due giorni di Carta Bianca ho portato una serie di testimonianze del mio lavoro, di come concepisco la musica da sola e in rapporto con altre arti.
-Perché ha deciso di portare la sua musica anche negli spazi non teatrali del nostro teatro?
La ricerca musicale che ho compiuto va di pari passo con la volontà di allargare gli spazi, cercarne l’acustica migliore, l’atmosfera che colpisca. Ho fatto concerti sulle Dolomiti, sui monti vicino a Berchidda nei posti e agli orari più disparati. Farò questo “festival” con lo stesso spirito: la volontà di scoprire altri spazi per comunicare la musica in modo differente. La musica non è la stessa in ogni luogo.
Ripeto,è come se mi avessero detto: “Vieni due giorni a casa nostra e usala come meglio credi”. Mi muoverò nel teatro il più possibile. Non volevo fare il solito spettacolo, quello classico che mantiene una certa distanza tra musicisti e pubblico. Voglio coinvolgere il più possibile il pubblico, suonando magari dall’ultima fila anziché dal palco.
-Tra i tanti momenti spettacolare ve ne sono anche alcuni prettamente teatrali. In che modo la sua musica interagisce con la parola e la danza?
Anche questo è un aspetto della mia ricerca che curo da tempo. Creare le intersezioni tra i linguaggi artistici è un modo per raggiungere più persone. La musica può essa stessa farsi parola. Cerco di intessere con la parola un rapporto drammaturgico, far sì che anche la musica intervenga nel movimento teatrale. Ovviamente non sto parlando di semplice accompagnamento.
In questo festival ci sarà anche uno spettacolo chiamato Le irregolari su testo di Massimo Carlotto: si tratta di un progetto di musica-teatro a cui tengo molto e dove c’è la lettura scenica, l’accompagnamento musicale e l’uso delle immagini fotografiche. Si parla della vicenda dei desaparecidos e c’è la non casuale presenza di Javier Girotto che è un grande musicista argentino e le immagini di Anna Marceddu sui desaparecidos e sulle loro vita.
- In che modo il jazz diventa nei suoi progetti un impegno sociale?
Con la musica si può comunicare molto ma noi possiamo dire esplicitamente le cose o non dirle. Noi musicisti abbiamo tutti una responsabilità sociale ma ognuno la gestisce come vuole.