Le storie del signor Keuner
Keuner o la metamorfosi
di Roberto Andò
Ci sono spettacoli che nascono da un fatto, o da un grumo di fatti narrabili. E ce ne sono altri che nascono da visioni, da voci, da rumori. Keuner è della seconda specie.
Jean-Luc Godard, il più brechtiano degli artisti viventi, ci ha insegnato che quando le cose si complicano - e, banalmente, si può affermare che il mondo è sempre più complicato - la forma per accogliere il peso irriducibile dell’illeggibilità del mondo è il saggio, o meglio l’alleanza del saggio e della poesia. Lo aveva già capito Benjamin, profeta enciclopedico della complessità della vita moderna. Brecht un giorno confidò a Benjamin che Kafka era un grande scrittore ma era un fallito. Avrebbe dovuto dire che era un grande scrittore perché era un fallito. Ma non lo disse. Il cammino di Brecht lungo il secolo è scompaginato dal vento di quel geniale fallimento che Kafka aveva lasciato dietro di sé. Brecht, con il suo teatro, la sua militanza, ingaggia una sorta di epica resistenza a quel fallimento, riconoscendo in Kafka, come ha osservato Cases, il proprio “fratello-nemico”. Thomas Bernhard, uno degli ultimi grandi romanzieri del secolo appena trascorso, affida il suo testamento al fascino pernicioso del saggismo, della teoresi, dell’intelligenza speculativa, in quel grandioso naufragare verso la sirena del fallimento che è Il Soccombente.
Keuner, il signor K., sembra uscito dalla penna di Brecht per raccontare questa epica lotta novecentesca tra il Fallimento e l’Utopia, tra il geroglifico da decifrare e la ostinata ricerca di chiarezza, tra la Giustizia di cui non si conoscono più le norme e la palingenesi di una probabile giustizia sociale. La voce di Keuner risuona per noi come quella di un fratello maggiore un po’ suonato dalla vertigine di questo conflitto, stupidamente intelligente, o talmente intelligente da sembrare - a tratti - stupido. Questa del catalogo - I racconti del signor Keuner sono un catalogo di descrizioni di comportamenti - è d’altronde un’altra ossessione del secolo appena trascorso, precorsa dal genio di Flaubert con Bouvard et Pecuchet, romanzo-catalogo dove la saggezza e la stupidità siedono sulla stessa panchina, immenso, enigmatico, testo sul mondo-copia che avrebbe di lì a poco trionfato, modello di una grande fuga romanzesca che passando da Perec giunge al furibondo, comicissimo L’Imitatore di voci di Bernhard.
Max Frisch definì un giorno Brecht “uno scrittore maniacale”. E Brecht stesso lascerà detto: «So che di me si dirà: è stato un maniaco». Maniaci indubbiamente erano anche Flaubert, Perec, Bernhard. Le storie del signor Keuner sono un tributo a quella mania. Lo si può leggere come un libro di istruzioni sul comportamento da tenere nell’illegalità, o come un manuale di sopravvivenza nel tempo della persecuzione più infida, quella del pensiero che non sa più riconoscere la propria voce. L’anonimato e la riconoscibilità, la dissimulazione e il paradosso sono la cifra distintiva del Pensante Keuner. Perché Keuner come tutti i clandestini e i senza patria ha paura… non a caso in uno dei più scoperti omaggi a Kafka teorizza la scelta di un’abitazione con più vie d’uscita.
Qualcuno ha osservato che coiner in inglese significa falsario. È un’ osservazione molto pertinente, perché nulla sembra interessare maggiormente Brecht dell’inseguire il pensiero che diviene conforme, il pensiero che mima una originalità normalizzandosi. È infatti il più sperimentale degli azzardi questo dizionario che cita comportamenti, dove sottilmente, maniacalmente, Brecht tende imboscate al ragionamento e alle sue maschere, raccontando il filo rischioso - nascosto - del mutamento: il pensiero in esilio, costretto a minimizzarsi, astutamente dissimulando i propri scarti, costretto a divenire cinese, infinitamente astuto, infinitamente piccolo e comune. E ciò che luccica in questi testi è proprio la tensione di un pensiero che non può non sperimentare, abbracciando la contraddizione, cercando di somigliare a ciò che è comune. L’etica, infatti, nel tempo di K è infinitamente modulabile, infinitamente sperimentabile.
Arduo stabilire - a posteriori - chi su questa strada abbia vinto, se cioè abbia prevalso visionariamente, profeticamente, il sapienziale fallire di Kafka o la strenua resistenza cinese di Brecht. La fine personale di Benjamin (il più grande esegeta di entrambi questi giganteschi scrittori) suicida in un piccolo paese mentre fugge verso un varco di frontiera, saturninamente in bilico nell’intero corso della sua esistenza tra la disperazione e la speranza, è di questo insanabile conflitto la tragica epitome.
Ciò che ci attrae delle Storie del signor Keuner mentre ci accingiamo a metterle in scena, - terribile usanza linguistica - è invero la possibilità di non metterle in scena affatto, semmai di stuzzicarne la forma, esperienza di cui si è partecipi quando si assiste a un film di Godard, per i cui film infatti vale piuttosto il termine francese compositions, adottato dalla musica. Convinto assertore della centralità di Keuner nell’opera di Brecht dopo Benjamin è stato anche Heiner Muller, cui si deve una fondamentale rivalutazione del frammento del Fatzer: «Brecht è negli scaffali di tutte le librerie ma molte sue cose non sono state neppure prese in considerazione». Ma i moventi formali, il piacere di affidare al teatro la musica del pensiero di un grande scrittore come Brecht, non esauriscono la vera molla di una scelta che può apparire bizzarra o eccentrica.
C’è sempre qualcosa di semplice, semplicemente risonante, banalmente sentimentale che bisogna saper riconoscere. Nessuno meglio di Brecht ha saputo rispondere alle domande della società con la forza della poesia e del teatro. Nessuno meglio di lui ha risposto a una questione essenziale del teatro in ogni tempo. Del teatro come di ogni forma d’arte. La questione politica, la questione che definisce il rapporto tra una comunità e il potere. Nessuno meglio di lui ha lasciato testimonianza, militanza e opere che tracciano questo rapporto. La questione del teatro oggi è tornata lì, in quella voce che Brecht ha lasciato limpidamente fluttuare nel sociale, perseguendo un’idea artistica mai predicatoria. La guerra, il delirio delle voci e delle immagini che provengono dalla politica, la leggera demenza dei comportamenti mediatici, il fanatismo, il patriottismo, il terrorismo. Siamo chiamati a contenere queste voci, queste emergenze. È il nostro peculiare modo di essere esuli, esiliati dalla realtà e dal senso. L’arte cerca irrimediabilmente, ossessivamente, ciò che è perduto, l’emozione che ci ha generato, la lancinante e lucida esplorazione di una memoria che è l’invenzione dell’identità. Repertorio, dizionario, catalogo: sono le forme paradossali della memoria e dell’arte, l’appello per non lasciare svanire il cuore del mondo. Così per Keuner, così per l’esule Brecht. Anni fa abbiamo fatto insieme a Moni uno spettacolo per, con Kafka. Impossibile, bruciante esperienza, per ritrovare la parola, il canto, nella più completa negazione del teatro ritrovare la lancinante strettoia che lo genera. Ora, un altro spettacolo insieme, con Brecht. Con un testo che ne restituisce l’immagine a rovescio, non il teatro epico ma l’esperimento della coscienza.
Un suo detrattore, Elias Canetti, per Brecht ha scritto: «Il teatro non è una scuola, perché include la metamorfosi e opera in primo luogo con essa». Brecht scrisse Le storie del signor Keuner senza minimamente sospettare che qualcuno un giorno le avrebbe portato in teatro, davanti a un pubblico. Le scrisse in un momento cruciale della propria esistenza, nel punto di non ritorno, il punto zero. Quel punto, volente o nolente, lo riportava a Kafka, nel segno della metamorfosi. Anche noi cominciamo da qui. A modo nostro.
Non aspettarti
Nessuna risposta
Oltre la tua
(B. Brecht)