La democrazia in America

"La democrazia in America", regia Romeo Castellucci, 11 - 12 maggio
 

a cura del
Liceo Niccolò Copernico Bologna


 

CLASSE 4°E: Sandu Alin, Brazzoli Bianca, Sostegno Carmelo, Giuncati Claudia, Predieri Francesca, La Notte Giada, Castelli Giorgia, Placanica Ilario, Mahmud Ivad Sajad, Sapignoli Lucia, Foltran Marco, Musiani Alberto, Ascone Nicola, Primavera Simone, Melotti Paolo, Veraldi Enrico, Serra Emanuele, Davoli Giorgio,
Fabbri Elisa, Mahmud Ivan,
Nesi Alessandro,
Veraldi Enrico

 



LA RECENSIONE

Durante la serata dell’11 maggio 2017 al teatro Arena del sole di Bologna, una sala gremita di persone ha assistito ad una delle poche rappresentazioni teatrali in Italia del nuovo spettacolo di Romeo Castellucci: Democracy in America.
L’atmosfera buia dell’Arena accoglie spettatori prevalentemente “over 30”, già avvezzi allo stile e alle scelte teatrali del regista. La firma della compagnia Socìetas è già evidente sul palco: un velo che funge da sipario si pone come filtro tra lo spettatore e la scena.
Un canto religioso puritano introduce gli spettatori in una lingua sconosciuta e confusa, aprendo lo spettacolo al tema della comunicazione. Compaiono così diverse scritte che, accompagnate dal canto, offrono al pubblico la definizione di glossolalia e suggeriscono un sottile rimando al rapporto linguaggio-religione rivelata. Infatti la glossolalia viene definita, in una delle Lettere ai Corinzi, come “vocalizzazione fluida delle sillabe che assomigliano a un linguaggio parlato che manca di senso”.
Questo filo rosso, che accompagnerà tutto lo spettacolo, viene palesato attraverso una serie di anagrammi del titolo “DEMOCRACY IN AMERICA”: entrano in scena una serie di donne in uniforme bianca con in mano uno stendardo, accompagnate dal suono dei campanacci legati alle loro cinture.
“AERODYNAMIC CERAMIC”, “DECAY CRIME MACARONI”, e tante altre sono le scritte che vengono formate dalle bandiere degli stendardi, le quali sono prive di contenuto ma dense di significato. Esse rappresentano come un'espressione (Democrazia in America) possa venire alterata, manipolata e fraintesa, allo stesso modo in cui la democrazia può essere alterata, manipolata e rovesciata.
Il succedersi degli anagrammi viene accompagnato da un crescendo nei movimenti, e quindi nei suoni dei campanacci, di quello che oramai è diventato un gregge di gendarmi. “CYNIC DREAMER COMA” è l'ultima scritta prima di una serie di paesi colpiti dalla guerra civile. India,Macao,Oman, Macedonia: qui il “sogno cinico” non va in “coma”, a scapito del sangue versato dai cittadini.
Una donna spoglitasi delle sue vesti, compare prima come sfondo e poi, ricoprendosi di sangue, come protagonista del palco. È la democrazia.
Ella cerca di comunicare attraverso i gesti disperati ed i suoni, la difficoltà della propria vita.
Il suo straziante grido muto penetra nel cuore e nell'anima di ogni spettatore, proiettandolo in un'America non ancora democratica.
Dopo aver visto la donna trasportare il suo bambino attraverso il fiume, la scena prosegue e assistiamo ad un dialogo tra lei e quello che si capisce essere suo marito. Sono coloni puritani che a fine Settecento, attirati dal Nuovo Mondo e dalle ricchezze che questo prometteva, vivono però in una situazione di forte povertà: i loro raccolti sono scarsi e insufficienti a mantenere la famiglia.
Un fondamento della società di quell'epoca è la religione: la famiglia dei puritani, non avendo altre speranze, si affida completamente a Dio.
La donna, in preda alla pazzia e alla frustrazione, ammette al marito di aver bestemmiato Dio e di non pentirsene. La donna viene quindi rimproverata dai giudici che non sono nemmeno impersonati da attori, ma parlano attraverso frasi proiettate sullo sfondo, delineando la loro autorità pari a quella di Dio e l'impossibilità di dialogo. Successivamente la donna cade in uno stato di follia ed inizia a urlare parole indiane come se fosse posseduta. Qui ritroviamo il tema della glossolalia e dell'incomunicabilità della propria disperazione.
Il regista con questo dialogo si chiede se la religione e la democrazia siano due concetti in contraddizione e se lo stato e la fede debbano rimanere separate. Nonostante questo tema sia stato affrontato da intellettuali e filosofi per secoli è tutt'ora attuale, come nella fede islamica nella quale non c' è una netta divisione tra Stato e religione, e quindi ci fa riflettere su come questa assenza possa portare a comportamenti potenzialmente antidemocratici.
Al levarsi del velatino è già presente in scena il bassorilievo precedentemente utilizzato. Quattro tecnici, gli unici uomini che vedremo durante la messa in scena dello spettacolo, si adoperano per svelare il retroscena della struttura. Essi accompagnano sul palco due personaggi, avvolti in una veste azzurra, che si rivelano essere i protagonisti di questa scena. Una scritta sul pannello ci suggerisce l’ambientazione e l’appartenenza etnica dei due: Northeast Region, Chippewa Tribe. Gli indiani intraprendono una discussione: parlano del baratto della bambina, che ora si trova nella loro tribù. Il più anziano prova ad insegnare all'altro alcune parole inglesi, utilizzate dai coloni; lo reputa utile in quanto, per far valere le propria posizioni e per poter dire “no” è importante conoscere il linguaggio del “nemico”. Per l’altro, invece, è un insensato atto di sottomissione, considerato che gli stranieri ne fanno un uso puramente utilitaristico, imparando della loro lingua,solamente le parole necessarie per ottenere ciò di cui hanno bisogno.
La violenza del genocidio indiano è sottolineata, al termine della scena, da un'immagine molto forte: lo spogliarsi delle vesti e lo strapparsi addirittura la propria pelle (di silicone), atto che simboleggia la perdita d'identità di questo popolo soggiogati dalla potenza europea. Ciò precede il finale in cui la protagonista frusta con i capelli l’asta orizzontale ancora insanguinata della scena iniziale, come ad aggiungere un ulteriore tassello alla lunga lista dei popoli vittima delle conquiste.
L'impianto scenico di Castellucci si dimostra scarno, nonostante la sua forte simbolicità. L'uso del sipario viene sostituito da un velatino che modula il rapporto visivo tra spettatore e spettacolo, avvicinando o allontanando lo spettatore dalla scena, attraverso una differente messa a fuoco. La diversa visibilità permette di muoversi nello spazio e nel tempo senza che lo spettatore perda contatto con le differenti scene. L'utilizzo delle luci, apparentemente statico, contribuisce, coadiuvando la scenografia, a creare l’ambientazione. In alcuni quadri la luce prevale addirittura sugli oggetti presenti sul palco, prendendo un ruolo fondamentale nella composizione degli stessi. Come il fiume scorre al contrario, anche la cronologia degli eventi è spesso raccontata attraverso l'uso di flashback che li fanno vivere a mo' di sogno-incubo. Questo aspetto della rappresentazione è aiutato dai costumi, che permettono allo spettatore di immedesimarsi nel periodo storico presentato.
Anche i costumi hanno un ruolo fortemente simbolico: i loro colori, il bianco, il rosso ed il nero rappresentano aspetti contrastanti ma compresenti all'interno del problematizzato concetto di democrazia. Ad esempio la candida apparenza delle vesti delle “soldatesse della democrazia”, contrasta con gli atti orribili compiuti per ottenerla, con il rosso del sangue di cui è cosparso il corpo nudo e delle vesti delle danzatrici del rito onirico successivo. Così come il nero simboleggia l'opposizione, il rifiuto, la non accettazione dell'oppressione europea. Infine anche la musica riveste un ruolo di prim'ordine all'interno della rappresentazione, lunghi sono i momenti in cui a dominare sulla scena è la musica: canti di prigionieri neri durante le ore di lavoro, cori di voci bianche, rumori metallici e ossessivamente ripetitivi.
 


LA RUBRICA: NOI TRA PALCO E REALTÁ
Quanto siamo disposti a pagare per la democrazia?


Quanto siamo disposti a pagare per la democrazia?
Questa è la domanda che lo spettacolo Democracy in America ci pone.
Il presidente Sandro Pertini affermava: “È meglio la peggiore delle democrazie dalla migliore di tutte le dittature” e si può forse pensare che tutto lo spettacolo ruoti attorno a queste parole.
Il raggiungimento di una democrazia, infatti, è un percorso lungo e faticoso che porta a percorrere una strada di sofferenza, come ci rappresenta la donna che all’inizio dello spettacolo si sporca del sangue delle guerre dei paesi non democratici (Iran, Myanmar, Yemen, ecc.).
La democrazia è qui rappresentata come debole ed indifesa, come simboleggiato dalla nudità dell’attrice, e deve essere, per questo, da noi sempre protetta e sostenuta come i deputati americani, rappresentati mentre ruotano attorno alla “democrazia”, hanno protetto e valorizzato la neonata democrazia americana, emanando tutte quelle riforme democratiche proiettate sulla scena, come ad esempio il Bill of Rights.
E non si proietta forse nei nostri tempi questa necessità di proteggere anni di conquiste democratiche dall’avanzata di un populismo prettamente retorico e distruttivo? Non c’è forse bisogno, da parte nostra, di una presa di coscienza di quanto siamo protagonisti all’interno della vita democratica del nostro Paese?Dobbiamo essere consapevoli che Democrazia è governo del popolo. Ogni individuo è il motore di ciò che accade nel suo stato, e la stessa democrazia può spargere tanto sangue quanto una dittatura, come l’America dell’Ottocento si è macchiata del genocidio degli indiani e non solo.

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