Macbeth

"Macbeth" di William Shakespeare, regia Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni, 11 - 12 aprile
 

a cura del
Liceo Scientifico “Augusto Righi”


 

CLASSE 2 Q: Gian Marco Bellia, Lorenzo Bianchini, Thomas Biosa, Thomas Bondi, Letizia Bruno, Filippo Calzati, Febia Cavalli, Thomas Cicchetti, Simone Comastri, Alessio De Pasquale, Fernando Fagioli, Chiara Falzone, Enrico Ferrerio, Leonardo Finelli, Lorenzo Malandrino, Martina Manderioli, Diana Maneclang, Ana-Maria Ochisor, Matteo Parmigiani, Stefania Rata, Elena Rocchi, Fabio Rocchi, Matteo Villanova, Vittorio Zanutta

Docenti: Prof.ssa Matilde Maresca



LA RECENSIONE

Pieno. Vuoto. Disorientamento.
Sono le sensazioni che lo spettatore prova quando si chiude il sipario. Il “Macbeth” di Archivio Zeta contrappone essenzialità e coinvolgimento.
All’apertura del sipario la sensazione di vuoto arriva potente con l’assenza delle quinte e di una scenografia, disegnata invece da suoni dal vivo. In contrasto le emozioni dello spettatore, suscitate dai temi messi a fuoco dalla rappresentazione, non sono quelle classicamente legate alla tragedia di Shakespeare, ma ci interrogano sullo scorrere del tempo, sulla provenienza del male e sulla pesantezza del senso di colpa.
Tutto ciò trascina lo spettatore in un vortice di spaesamento che continua con il cambiamento di significato degli oggetti di scena.
Si apre il sipario e la nebbia invade la scena. Le luci fioche creano un’atmosfera tetra e generano un effetto di chiaro scuro che mette in evidenza i personaggi già presenti sul palco.
Un palco vuoto, che non nasconde nulla allo sguardo dello spettatore, ma che evoca uno spazio ampio, come lo era quello del Passo della Futa della precendente messinscena estiva. Questa scelta artistica permette al pubblico di vedere i musicisti disposti alla sinistra della scena e valorizza il loro contributo. 
Durante lo spettacolo vengono utilizzati pochi oggetti ma con molteplici funzionalità.
Il grande telo circolare che rappresenta ora il sole, ora il mantello di Lady Macbeth, ora la tavola del banchetto, ora la gabbia del male che improgiona i due protagonisti. 
Un altro oggetto simbolico è la scala che disposta verticalmente rappresenta un orologio e orizzontalmente il letto di morte del re Duncan. Le lancette dell’orologio si trasformano prima in spade davanti agli occhi di Macbeth, poi vengono fatte roteare per rappresentare il trascorrere del tempo.
Infine l’uovo, ora spento ora acceso. Da testa mozzata del signore di Cawdor, a pazzia di Macbeth.   
“Ciò che nasce nel male, si rafforza nel male”.
Le battute rivelano un grande lavoro sul testo e sulla parola di Shakespeare, compiuto da Archivio Zeta. Nonostante la drammaturgia sia stata attualizzata e sintetizzata, rimangono comunque vivi i concetti che Shakespeare ha voluto esprimere. “Caos è armonia, e armonia è caos. Il giusto è osceno, e l’osceno è giusto”: il grande drammaturgo inglese ci fa capire che nel mondo nulla è solo bianco o solo nero, ma la natura è ambivalente.
“Macbeth, Essere (e) tempo” non è un semplice spettacolo, ma un progetto, a cui ha partecipato la famiglia Guidotti quasi nella sua interezza: Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti, i fondatori nel 1999 di Archivio Zeta, 7 attori, tra cui i due figli Antonia ed Elio, compreso il cane lupo Oscar.
Gianluca Guidotti, Macbeth, utilizza un tono di voce alterato in base alle situazioni che l’attore vuole raccontare facendo altalenare il timbro tra grida e sussurri.
Enrica Sangiovanni, Lady Macbeth, usa prevalentemente un tono di voce alto per esaltare la forza e la crudeltà del suo ruolo.
Re Duncan è un personaggio visto da un'ottica più oscura rispetto a quella della tragedia di Shakespeare.
Banquo, il compagno d'armi di Macbeth, aggiunge una nota macabra alla storia che viene accentuata dopo l'apertura del sipario dall'unica strega, accompagnata dal cane lupo Oscar, che rappresenta la paura.
Sono diversi i gradi di esperienza degli attori sulla scena, ma la bravura e l'impegno caratterizzano tutti e rendono alto il livello della recitazione.
Ma ci sono altri attori presenti sulla scena.
Sono i mantelli. Uno bianco, quello di Lady Macbeth, uno nero, quello di Macbeth.
Il primo subisce continue trasformazioni. All’inizio rappresenta il sole nascente o calante, poi diventa la tavola del banchetto durante il quale Macbeth presenta i primi segni di follia.
Il secondo, indossato da Macbeth dopo l’omicidio di Banquo, presenta piume nere che rimandano all’aquila nera imperiale. Forse un richiamo al Terzo Reich, che si collega alla rappresentazione nel cimitero germanico del Passo della Futa.
Infine un’ultima tipologia di mantelli, quelli indossati da Banquo, Macbeth e le streghe: rigidi, con cappuccio, rendono gli attori simili alla figura della Morte, anticipazione di ciò che sta per accadere. 
Creatrice di atmosfere e tensioni, la musica dal vivo di Patrizio Barontini entra nella scena e ne diventa velocemente protagonista: guida lo spettatore nell’interpretazione dell’opera, dialoga con lo spazio circostante, crea legami tra musicisti, attori e spettatori.
Il ritmo, determinante nell’andamento delle scene, dettato dallo xilofono, diventa subito familiare. Si aggiungono le percussioni ottenute da piccoli tamburi fino al battito delle mani di Lady Macbeth, che scandiscono le battute.
Una melodia di 4/5 note dissonanti ripetute da oboe e sassofono basta a creare un’atmosfera cupa e misteriosa, aiutata anche da alcuni momenti di completo silenzio, causa di suspence nello spettatore.
La voce degli attori (senza microfoni per scelta) spesso assume un aspetto musicale grazie alla particolare attenzione degli attori stessi nella pronuncia delle sillabe e le battute si fanno litania.
Ritmo, melodia e voce generano un’atmosfera insolita, che lo spettatore non si aspetta da una rappresentazione shakespeariana.
Il rapporto che la musica ha con gli attori è in continua crescita durante tutta l’opera e raggiunge l’apice nella scena finale. Gli attori diventano musicisti e interagiscono fisicamente con la scena; strumenti in legno artigianali simulano l’avanzata della foresta con ritmi variegati; la voce si sovrappone all’aumentare del ritmo e dell’intensità degli strumenti.
Tutto finisce poi in un istante, lasciando spazio ad un lieve tic-tac, seguito da buio e completo silenzio.


LA RUBRICA: NOI TRA PALCO E REALTÁ


“Macbeth essere (e) tempo” presenta numerosi temi tra cui la sete di potere e il tempo.
In primo luogo risalta la sete di potere che è incarnata da Macbeth e dalla moglie, che lo spinge a compiere l’omicidio del re Duncan. Questi per raggiungere il loro obiettivo uccidono il sovrano, unico ostacolo tra il protagonista e il trono. Tale tema ricorre nella società moderna e causa guerre, corruzione, omicidi e regimi dittatoriali. Oggi infatti la società è fondata sull’ascesa sociale dell’individuo, perciò si riscontra spesso una lotta con gli altri per migliorare le proprie condizioni di vita, anche se può essere pagata a caro prezzo.
In secondo luogo il tempo è un argomento ricorrente nello spettacolo con alcune allusioni e riferimenti espliciti, anche se al pubblico possono risultare di non immediata comprensione. Lo scopo dei registi è di mettere in relazione il tempo che corrode la pietra come i sensi di colpa consumano l’uomo. Nonostante la difficoltà incontrata nella comprensione di questo tema, gli attori hanno interpretato le scene più importanti in maniera originale, con l’uso di oggetti e costumi semplici, stimolando l’immaginazione dello spettatore.
Questa esperienza ha fornito vari punti di riflessione su quanto possa essere difficoltoso portare sulle spalle il peso degli omicidi dei propri compagni. Il senso di colpa e la solitudine causata da essi porta alla pazzia e alla debolezza nonostante si siano raggiunti i propri obiettivi, vanificando gli sforzi e la fatica usata per raggiungerlo.

 
 

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