Il grande poeta romagnolo Raffaello Baldini mi ha consegnato, prima di morire, il suo ultimo testo, poi pubblicato presso Einaudi, dicendomi: “Fanne quello che credi”.
La fondazione parla di un uomo che nella sua vita non riesce a buttare via nulla. Tiene da conto tutto, perfino le cartine che avvolgono le arance. La moglie lo ha mollato ma lui preferisce vivere tra la sua “roba”. Perché? Perché quella “roba” non rappresenta la sua vita, quella roba “è” la sua vita stessa. E quando quella “spazzatura” verrà buttata, anche lui seguirà la stessa sorte. Uno spettacolo comico solo perché spesso, e fortunatamente, riusciamo anche a ridere di noi stessi, perché, come disse Leo Longanesi, “i difetti degli altri somigliano troppo ai nostri”.
Ivano Marescotti
Note del regista
Ho un doppio privilegio in questo spettacolo: quello di lavorare con due grandi artisti come Baldini e Marescotti. L’incontro con un grande interprete è poco frequente per un regista. E con un grande poeta, ancor meno. In che cosa possa consistere il mio lavoro, in uno spettacolo come questo, a dire il vero non lo so. Al momento credo che la cosa essenziale sia quella di lasciarmi guidare (piccolo controsenso per un ‘director’), seguire la
vita che nasce ogni giorno sulla scena così come si manifesta e, infine, prendermi cura della delicata bellezza che quei due – insieme –sanno creare. ‘
Quei due’ sono Baldini e Marescotti, ovviamente. Sono una coppia d’arte che viaggia insieme da molti anni. Sono stati in qualche modo gli ‘scopritori’ l’uno dell’altro. Hanno un’intesa intima e inafferrabile. Hanno una storia d’amore felice. Il regista in questi casi corre il rischio di fare il terzo incomodo.
Ho accettato il rischio, e mi sono messo in mezzo. Ho riso e pianto con loro tutti i giorni, un po’ in disparte, non sapendo bene cosa fare. Finché non è accaduta una cosa piuttosto sorprendente: a un certo punto non eravamo più in tre, ma eravamo diventati quattro. Tra noi c’era una creatura nuova, una strana fusione tra Marescotti e Baldini, più qualcosa, che nessuno di noi tre conosceva ancora (scusate se parlo di Baldini come se fosse vivo e presente alle prove, ma per Ivano è stato ed è così, e quindi lo è stato anche per me) ed era il Personaggio.
Questo Personaggio Senza Nome è un uomo di struggente tenerezza. Da subito ci ha conquistati tutti. Un bel giorno è arrivato, si è sistemato dentro alla voce di Ivano, dentro al suo sguardo, ed era come se fosse sempre stato lì, con noi. Una presenza fortissima, ma gentile come un ricordo. Questa persona è quanto di più ‘vivo’ ci possa essere oggi in un teatro, eppure è anche
lontana come un ricordo. Aleggia una nostalgia assurda nella poesia di Baldini, ed è il
ricordo di qualcosa che non c’è mai stato. Ovvero dell’innocenza perduta del mondo. Sono parole grosse, e qualcuno può anche sorridere, ma la nostalgia per l’innocenza perduta è la chiave per capire Baldini, il personaggio di questo monologo e, se qualcuno mai se lo chiedesse, anche il motivo per cui la gente va a teatro. Ci si va per scoprire che l’umanità, in fondo, ha nostalgia della propria umanità. E per il gusto di scoprire ogni volta che l’umanità è semplicemente la gente. E la gente è una persona. Sono io. E sei tu. Ed è Lui. Anche questo Lui di Baldini, che non riesce a sbarazzarsi delle cose perché gli vuole bene.
Insomma, dicevo, un bel giorno quest’uomo è arrivato alle prove, e finalmente il regista ha trovato qualcosa da fare: occuparsi di quell’uomo senza nome. Tessere intorno a Lui un’atmosfera che ne rispettasse i silenzi, l’intimità e anche la sua irresistibile simpatia. Non credo che un regista debba fare di più (e di meglio) che amare i personaggi e lasciarli vivere. Dar loro forza e coraggio. Non farli sentire soli, dentro a un lago di parole. E dire loro: «
Benvenuto. Da ora in poi non sarai più un Lui, sarai un Tu. Farò uno spazio scenico apposta per te, e per la tua storia fatta di tutti gli oggetti che hai incontrato nella vita, dei quali hai riempito la tua casa come una strabordante discarica dove c’è tutto. C’è tutto come se fosse un mondo; o Il Mondo, diresti Tu». (E proprio così infatti dice Lui.)
Mi rendo conto che non sto parlando dello spettacolo, e non sto dicendo niente di come ci siamo ispirati a Kafka e a Bernhard, né di come abbiamo affrontato il dialetto e la dialettalità in modo più ‘psicologico’ che caratteristico, e la scena in modo tormentosamente metaforico ma anche realistico. Tutte cose certo più adatte alle Note di Regia. Ma sarebbe usare paroloni . Non si può. Questo testo è un fiore. Il teatro di Baldini/Marescotti è un fiore. Persino i paroloni possono fargli male. Fargli venire la voglia di richiudersi. Ci vogliono, al massimo, delle parolette. Parolette che sorridono, che dicono un po’, e poi volano via. Quelle che ho scritto fin qui, appunto. Grazie, Baldini.
Buon divertimento.
Valerio Binasco
Presentazione al libro “La Fondazione” nel catalogo Einaudi
Un personaggio un po' matto, che colleziona ossessivamente i più assurdi oggetti del passato, è preso dall'idea di dar vita a una Fondazione che tenga viva la memoria delle cose più sfuggenti e dei pensieri: non quelli grandi dei poeti e dei filosofi, che tanto a questi ci pensano già i libri, ma quelli che vengono a tutti quanti in qualche momento della giornata, e sembrano tanto acuti, e poi spariscono nel flusso della vita. Questo personaggio, splendidamente velleitario e a modo suo eroico, cerca così di imbrigliare la vita (e la morte) nel suo delirio apparentemente bislacco, ma profondissimo.
La Fondazione è un testo sulle cose che svaniscono e sul desiderio di conservarle: non a caso è stato scritto durante l'ultimo periodo di vita dell'autore.